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La fine può attendere, invano
CAPITOLO I
L’ESISTENZA NON HA FINE
INTRODUZIONE
Come ha avuto inizio la nostra esistenza?
Questione alquanto infelice per introdurre un libro che aspira ad entrare nelle case di molte persone, con la pretesa di divulgare un messaggio di serenità e speranza, auspicando un futuro migliore per tutti coloro che avranno la pazienza di leggere le prossime pagine, ed ovviamente anche per chi non le leggerà.
Se tentassi dunque di rispondere a questa domanda, molti lettori potrebbero interrompere la loro lettura già alle prime pagine, disturbati probabilmente dal non trovare un riscontro con il proprio credo, con le proprie idee riguardo all’esistenza.
Non tradirò la vostra fiducia, nelle prossime pagine non si parlerà quindi di come ha avuto inizio la nostra esistenza, non tanto per assicurarmi una più ampia platea di lettori, quanto perché di questo hanno già parlato in molti (più illuminati ed illuminanti di me) nel corso della storia dell’umanità, confermando sicuramente i seguenti due fatti:
1. Non tutti siamo d’accordo riguardo a come ha avuto inizio la nostra esistenza; quindi, forse qualcuno di noi ha torto, o magari tutti abbiamo ragione, chissà.
2. In fin dei conti alla maggior parte delle persone non interessa più di tanto quale sia la verità dei fatti, spesso è più importante avere una risposta che ci conforti e ci dia speranza, magari confermando ciò che ci è stato insegnato sin da bambini.
Personalmente non credo di poter aggiungere osservazioni utili riguardo a come abbia avuto inizio l’esistenza, preferisco concentrarmi su un aspetto che ritengo più interessante e meno dissacrante, la sua fine.
Su questo sono sicuro di mettere tutti d’accordo nel dire che l’esistenza non ha una fine.
Se prendiamo in considerazione l’esistenza umana, nelle principali religioni è prevista una esistenza oltre la morte che, nel bene o nel male, dà in qualche modo continuità all’esistenza, ma in una forma diversa. Allo stesso modo la morte di una stella lascia sempre un segno, il quale ci permette di capire che prima lì c’era una stella, trasformatasi in qualcos’altro di fatto continua ad esistere in una forma diversa.
Questo potrebbe sembrare un puntiglio filosofico, buono per scatenare una serie di congetture a favore o contro la mia affermazione. Non ne vale la pena.
Per quella che è l’aspettativa di questo libro è sufficiente partire dal presupposto che la fine dell’esistenza, intesa come il palesarsi del nulla, l’antitesi dell’essere, semplicemente non ci piace, o almeno, in quanto esseri umani, tendiamo a non prenderla in considerazione; dunque, sembrerebbe sensato ritenere che non esista!
Rimanendo nell’ambito dell’esistenza umana, chi eventualmente immagina il nulla oltre l’esistenza, non avrà modo di confermarci che aveva ragione, chi spera in qualcosa di diverso, scoprirà di avere ragione, o torto, solo quando sarà il momento, che di solito ci auguriamo arrivi sempre più tardi di quando previsto.
Ma l’umanità ha un disperato bisogno della fine!!! Pensare di far parte di un qualcosa di eterno può risultare abbastanza angosciante, al di fuori della nostra solita percezione dell’universo. La natura ci mette quindi a disposizione almeno una fine, che chiamiamo morte, la quale ci dona l’illusione che la nostra esistenza sia contingentata in un tempo finito, e ci permette di sperimentare un senso di giustizia al di sopra di ogni decisione umana. Ogni giorno, dopo cena, gran parte di noi sperimenta il sonno, un’altra piccola fine che la natura ci concede, obbligandoci a interrompere, almeno per qualche ora, quello che stiamo facendo.
Allo stesso modo, gli esseri umani, prendendo spunto dalla natura inseriscono, nel percorso verso la morte, tante piccole sfide che ci mettono continuamente alla prova ed hanno ufficialmente lo scopo di selezionare le attitudini di ognuno di noi, incoraggiandoci ad alimentare i nostri talenti in modo da contribuire nella maniera più efficiente possibile alla società in cui viviamo. Questa spinta a collaborare ci permette anche di superare più facilmente le difficoltà che per nostra natura, in quanto esseri composti in gran parte da materia organica, dobbiamo inevitabilmente tenere conto, come il mangiare, il bere, il dormire.
Va detto che, a volte, la situazione ci sfugge di mano e le selezioni prendono una brutta piega… ma lo scopo è sicuramente nobile, che noia sarebbe l’esistenza se non ci fossero ostacoli da superare.
Ogni ostacolo può essere visto come una piccola fine artificiale.
Quando dobbiamo affrontare una prova impegnativa, che ci costa molta fatica e molto stress, non vediamo l’ora che arrivi la fine del supplizio. Arriviamo a dire “va bene qualsiasi sia l’esito, purché finisca” ed in effetti la fine arriva. E cosa c’è dopo? Qual è l’epilogo?
La nostra esistenza oltre una fine (che spesso ci siamo in qualche modo imposti attraverso le nostre scelte) continua ad essere tale, con le sue regole, le sue gioie e i suoi problemi. In questo mare infinito, possiamo scegliere di soccombere, annegare, oppure di restare a galla, surfare le onde più alte, resistere.
LA TEORIA DEI GRADINI
Abbiamo di solito due modi di approcciare alla fine a cui tanto aneliamo:
1. Vedere la fine come un gradino più o meno alto da scalare (approccio discreto)
2. Vedere la fine come una salita da affrontare (approccio continuo)
Normalmente ci viene offerto un ventaglio di scelte molto ampio ed articolato, quanto sia alto il gradino o elevata la pendenza della salita, spesso dipende da noi e dalle nostre scelte.
L’approccio che più si addice alla creazione artificiale di ostacoli, tipica degli umani, è sicuramente quello discreto. Più è alto il gradino che siamo in grado di superare, più siamo potenzialmente utili per l’umanità.
Ma a volte il gradino può diventare un abisso.
È proprio qui che la comunità interviene, cercando di rendere accessibile questo gradino a chiunque, magari dividendolo in gradini più piccoli e affiancando il malcapitato per parte del percorso.
Parimenti, ritengo che l’approccio continuo sia rappresentativo delle comunità di persone, popoli, paesi, l’umanità intera. Un gradino in questo caso è indice di sventura, come abbiamo sperimentato nel secolo scorso, almeno due volte.
Supportare infatti una persona in difficoltà nel superare il suo gradino è cosa alquanto semplice, anche se non scontata, altro discorso se invece di una persona si parlasse di un popolo intero.
LA FINE È UN NUOVO INIZIO, OVVERO FINIZIO
Dunque, ben venga la fine, anche se solo fittizia, e spesso sottoposta alle regole del gioco sociale che chiamiamo VITA.
Ora, a dirla tutta, ribadendo che l’approccio discreto sia maggiormente rappresentativo del percorso della singola persona, ritengo che non sia esattamente corretto parlare di fine, poiché questa coincide sempre con un nuovo inizio. Potremmo chiamare il momento del salto con il nome di FINIZIO.
O almeno, questo è quello che a mio parere vedono le persone che partecipano al gioco affrontando con serenità i propri gradini.
Ma non esiste regola senza la sua eccezione, così a volte con le nostre scelte tendiamo ad allontanare la fine, perché ci piacerebbe rimanere mummificati nello stato attuale. Questo atteggiamento, di solito identificato con il termine “procrastinare”, avviene ad esempio quando non abbiamo la forza di mettere fine ad un amore malato, oppure è tipico dei bambini che non vorrebbero mai smettere di giocare.
Le nostre scelte possono quindi non solo determinare l'altezza del gradino ma anche allontanarlo da noi.
Infine, è necessario osservare che non sempre il nostro gradino ci porta a salire, a volte tutto diventa più semplice e i gradini si trasformano in una comoda discesa. Questo avviene in assenza di equità.
In effetti, nel gioco sociale, le nostre scelte influenzano anche i gradini degli altri e quello che per noi diventa un gradino in discesa per qualcun'altro sarà in salita.
Quando il nostro cammino diventa sistematicamente a scapito degli altri si può parlare di ingiustizia sociale.
Questo è uno stato molto pericoloso.
La storia, infatti, ci insegna che prima o poi bisognerà risalire e non è detto che tutti siano disposti a fare questo sacrificio, ad abbandonare il loro privilegio incantato. Per non parlare del fatto che una continua discesa ci allontana inesorabilmente dalla vetta, sulla quale una visuale allargata rende tutto più chiaro e giusto.
IL CAMBIAMENTO COME L’ALTERNARSI DI UN DUALISMO
Il passaggio tra la fine e l’inizio (FINIZIO) viene spesso identificato con il nome di CAMBIAMENTO. Appare questo come il motore della nostra esistenza, per questo ne abbiamo tanto bisogno.
Voltando il nostro sguardo ai fenomeni della natura possiamo osservare che spesso un cambiamento coincide con l’alternarsi di un dualismo.
Un campo magnetico costante serve a poco. Eppure, anche in una semplice pietra di ferrite (calamita) si possono già distinguere due stati opposti e comunque legati in qualche modo tra loro (dualismo, lo stesso oggetto si presenta con due facce diverse). La presenza di questi stati è la fonte del campo magnetico ma questo non basta, è la sua variazione nel tempo e nello spazio a generare reazioni che sono alla base del funzionamento di molti dispositivi tecnologici, che tutti i giorni utilizziamo e sfruttiamo per vivere una vita più agevole, dando la possibilità, a chi se lo può permettere, di ridurre l’altezza dei gradini.
Un campo magnetico variabile nel tempo, e nello spazio, genera energia elettrica, ne permette la sua trasmissione a lunga distanza, mette in moto le macchine.
Allo stesso modo possiamo dire che il sole è vita, la sua luce, il suo calore, permettono alla vita di prosperare sul nostro pianeta. Ma questa affermazione è incompleta. Il sole, e la sua assenza, sono la fonte che alimenta la vita. Una assenza periodica, che si ripete, mai uguale a sé stessa. Ancora una volta il cambiamento.
MESSAGGI DI SALVEZZA
Se è quindi abbastanza evidente che il cambiamento è strettamente legato al prosperare della vita, come mai il più delle volte questo ci spaventa, lasciando spazio alla paura?
Mettendo in discussione le nostre certezze, mettendo a rischio il nostro benessere, ottenuto dopo tanti sacrifici, il cambiamento non sempre è accettato di buon grado.
Un ottimo metodo per osteggiare il cambiamento, sembrerebbe dunque essere, spaventare le persone. Utilizzata con astuzia, la paura potrebbe essere vista come un deterrente al cambiamento, sia per scopi nobili (almeno nell’apparenza), come il tentativo di educare i bambini alimentando in loro sensi di colpa, sia per scopi più discutibili, come nella ricerca di soluzioni utili al raggiungimento degli interessi di pochi, non sempre coincidenti con quelli delle comunità che si prodigano a spaventare. Ma ogni veleno ha il suo antidoto.
Antidoti contro la paura sono i MESSAGGI DI SALVEZZA, che costantemente appaiono nella storia dell’umanità, alcuni dei quali resistono a distanza di migliaia di anni dalla morte del predicatore.
Questi messaggi sono le mani unite sulle quali appoggiare il nostro piede per salire i gradini più alti.
L’esistenza di un portatore sano di salvezza si dilata, supera il suo limite temporale, tende come un asintoto all’esistenza dell’intera umanità, incontrando generazioni lontane che con piacere, e coraggio, avranno premura di tramandare i suoi messaggi a quelli che verranno.
Sebbene io sia convinto che non siano poche le persone illuminate, ed illuminanti, portatori sani di salvezza, e che questo possa valere anche per un allevatore di cavalli della Mongolia che non è mai uscito dal suo paese, ai più risulta indispensabile tendere ad un punto di vista più elevato possibile per poter capire, un po’ come per un astronauta che guardando la terra dallo spazio non riesce più a distinguere i confini delle nazioni, rimanendo inquietato dalla sua fragile bellezza.
Scorgere la vita dalla vetta, vuol dire viaggiare, leggere, studiare, incontrare, partecipare, sperimentare, amare, tutte cose che aiutano a mettere in circolo i messaggi di salvezza.
Certo non tutti hanno facile accesso a queste esperienze, che in determinate situazioni sono viste come un lusso. La tecnologia ci viene quindi incontro, accorciando le distanze e rendendo virtualmente accessibili esperienze non altrimenti raggiungibili.
Ma paradossalmente, oggi, la facilità con cui i messaggi di salvezza possono raggiungere la maggioranza delle persone che abitano questo pianeta, non permette loro di permeare, di consolidarsi nella mente, trasformandosi in un pensiero obiettivo e critico riguardo allo stato delle cose. La velocità con cui scorrono, in mezzo a tante trappole, rende questi messaggi indistinguibili tra di loro, ciò che rimane è una sensazione di deja vù, dove tutto sembra uguale, allo stesso modo scioccante e divertente, triste ed emozionante.
Attenzione però! Qualcuno potrebbe arrivare a credere, erroneamente, che la tecnologia sia all’origine dei nostri mali.
Come già avvenuto con l’energia atomica, potenziale soluzione alla fame di energia dell’umanità, e quindi fondamentale strumento di pace (andrebbe candidata al premio Nobel per la pace al posto di alcuni presidenti), notiamo anche nell’utilizzo della tecnologia un drammatico dualismo; infatti, l’energia atomica oggi è anche il cuore delle più potenti armi di distruzione di massa.
Questo non è l’unico impiego duale della tecnologia.
La diffusione capillare degli smartphone, miracolo della tecnologia, non sarebbe così capillare se gli accessi alla rete riguardassero soprattutto la divulgazione di messaggi di salvezza, che, va detto, per fortuna non mancano.
Anche la diffusione degli smartphone può essere considerata una potenziale arma, questa volta di distrazione di massa. La differenza rispetto alle armi atomiche non sta solo in una vocale. Mentre quest’ultime, infatti, eliminano il nemico in un tempo brevissimo, tanto da non permettergli di rendersi conto di cosa sta accadendo, per le armi di distrazioni di massa l’annientamento è un processo lungo, attraverso la sottrazione di tempo utile alla crescita personale dell’individuo colpito. Un processo talmente lento da permettere di apprezzare, per modo di dire, i danni che quest’arma fa in particolare sui nostri figli, producendo nelle persone più avvedute un senso di impotenza, incontrando grandi difficoltà nel provare a sottrarre i malcapitati dalla loro triste sorte. Così genitori, con il benestare della classe politica e le istituzioni in generale, vedono intere generazioni di ragazzi annichilirsi davanti a degli schermi, senza avere la forza, ed il coraggio, per proteggerli. Solo di recente, finalmente, in alcuni paesi qualcosa sta cambiando con l’introduzione di limiti di età nell’utilizzo dei social network.
Non ritengo comunque che la diffusione degli smartphone debba essere limitata, essendo questo uno straordinario strumento per l’accesso al sapere globale e ad ogni tipo di cultura in generale. Infatti, l’anomalia non è nella tecnologia, ma nell’utilizzo scorretto che le persone ne fanno.
IL CORAGGIO DI MANTENERE
Ho parlato del cambiamento come elemento positivo per l’umanità, cosa dire allora del MANTENIMENTO? Andrebbe forse considerato come un elemento negativo?
Il mantenimento dello stato delle cose, quando queste sono evidentemente utili e necessarie all’umanità, quando sono la rappresentazione inequivocabile di una bellezza oggettiva e non superflua, è indubbiamente la forma più nobile di cambiamento.
Il cambiamento ha un aspetto dinamico, il mantenimento è un cambiamento di tipo statico, ma comunque un cambiamento, cioè azioni che continuamente, con calma e premura sottraggono il bello al deterioramento naturale delle cose.
Piccole azioni, piccoli gesti, impegnati per il mantenimento della pace, ad esempio, cambiano ogni giorno il destino dell’umanità, altrimenti orientato, inesorabilmente, ad un triste declino.
Ormai è ovvio a tutti come lo stato di democrazia di un paese non sia scontato, inevitabile, è un qualcosa che va mantenuto, con cura e attenzione, attraverso scelte giuste. Stessa cosa avviene in generale per la libertà o, rimanendo in Italia, per la nostra Costituzione.
Partire, restare, identificano due atteggiamenti apparentemente complementari, ma che in realtà spiegano bene come il cambiamento non richieda necessariamente un movimento, una rivoluzione, ma semplicemente coraggio, di partire o di restare.
I messaggi di salvezza sono manifestazioni di coraggio!
Non è forse il coraggio, l’antitesi della paura?
Ho già lasciato intendere come la tecnologia, se utilizzata correttamente, può diventare un eccezionale amplificatore di messaggi di salvezza.
Attraverso quali mezzi?
Tra i più efficaci possiamo sicuramente annoverare i libri, in particolare quelli di storia, le canzoni e la musica, la cultura e l’arte in generale.
Tra questi, il mio preferito è senza dubbio la poesia.
Uno degli obiettivi principali della paura è dividere gli esseri umani, pur dando loro la sensazione di essere uniti e liberi di scegliere, arrogandosi il diritto di gestire il nostro tempo, quindi anche la nostra fine. Troppo spesso a ragione, non essendo molti di noi in grado di farlo in maniera autonoma.
La paura crea dunque una fitta rete di gabbie, utili a dare l’illusione di essere parte di una comunità mentre siamo in effetti potenzialmente isolati.
Le poesie attraversano le sbarre di queste gabbie, come lame sottili e affilate tagliano le reti: a quelli che hanno il coraggio di uscire, di capire, donano la libertà.
Questo libro inizia partendo dalla fine, parlando del potere che hanno i messaggi di salvezza per domare la paura. I messaggi di salvezza, dunque anche la poesia, ci insegnano ad accogliere senza timore la nostra tanto amata fine, che paziente ci attende, invano, perché altro non è che un nuovo inizio.
La prima poesia di questo libro è ispirata da un uomo che ha avuto il coraggio di cambiare, la cui fine ormai attende da più di duemila anni. I suoi messaggi di salvezza continuano a passare, di bocca in bocca, grazie a coloro che ne hanno avuto cura, con passione li hanno saputi mantenere e tramandare.
La fine può attendere, invano
Risorgo dal mondo
dei morti
per dirvi, che in fondo,
non è così male poi
la morte.
Vedi, chi piange rimane,
noi invece facciamo
un bel salto dove
anche gli inutili
hanno smesso di
soffrire.
Viviamo nel ricordo
di chi sino all’ultimo
ci ha stretto la mano
o nell’indifferenza
di chi l’ha tenuta
premuta sul nostro viso,
con forza sino a strapparci
anche l’ultimo
sorriso.
A quest’ultimi diciamo
che le frustate piegano l’uomo
ma non il suo pensiero.
Come un velo di luce
si posa sulle genti,
sino alle terre
di un mondo lontano,
il respiro si spegne
ma una voce rimane,
e ci sussurra
che anche oggi, la fine,
può attendere invano.
Casalecchio di Reno, 2/11/2025
Ora, un piccolo consiglio per la lettura, in particolare delle poesie.
Spesso in ambito artistico si dice che non bisogna giudicare l’artista ma la sua opera. Spero vivamente che molte delle persone che mi conoscono leggeranno questo libro e le poesie all’interno di esso. Mi piacerebbe che il loro giudizio, inevitabile, si focalizzasse sull’opera e non sull’artista.
Faremo quindi un gioco! Per dare una mano al lettore ad ignorarmi, nelle prossime pagine diventerò un trasformista, come il mitico Brachetti. Cambierò di abito passando da una poesia all’altra, immedesimandomi, ove presente, nel protagonista della poesia.
Possiamo vederlo come un approccio empatico alla poesia, dove ogni volta mi metterò nei panni di qualcuno o qualcosa, invito i lettori a fare lo stesso.
CONCLUSIONE
Inserisco solo al termine di questo capitolo un approfondimento riguardo alla fine, per lasciare al lettore la scelta di leggerlo, o non leggerlo, senza perdere il filo del discorso, che ricordo è soprattutto incentrato sulla poesia.
Riassumo di seguito una teoria detta “Cosmologia Ciclica Conforme”, per gli amici (CCC), proposta nel 2001 dal matematico e fisico Roger Penrose (premio Nobel per la fisica nel 2020).
Secondo questa teoria l’espansione continua dell’universo si conclude con un nuovo BIG BANG, a causa della evaporazione dei buchi neri, dando così origine ad un nuovo universo. Ipotizza quindi l’esistenza di infiniti universi consecutivi (chiamati EONI), la fine di ognuno di essi coinciderebbe con l’inizio di quello successivo. Ma questo è un FINIZIO!!!
Questa è indubbiamente una teoria molto affascinante, ma è comunque solo una teoria e non credo che gli attuali abitanti della terra avranno modo di provare l’esperienza di passare dall’attuale universo al successivo. Ci dona però la speranza di poter recuperare, nel caso in cui qualcosa andasse storto nel nostro universo.
Trovo sempre curioso come menti illuminate, quale indubbiamente deve essere quella del sig. Roger Penrose, tendano a convergere, partendo da punti di vista diversi.
Mi viene infatti in mente una frase che porto con me sin dall’adolescenza, contenuta in una delle lettere scritte dal pittore Vincent Van Gogh al fratello Theo:
“Non bisogna giudicare il buon Dio da questo mondo: è uno schizzo riuscito male.” (Lettera 207, ottobre 1884)
Probabilmente anche Van Gogh, nella sua geniale follia, aveva intuito che ci potesse essere un’altra possibilità.